martedì 30 gennaio 2018

BANCHE CENTRALI: CHI STA PEGGIO, TRA EUROPA E USA? LA TRISTE STORIA ITALIANA

Finita una crisi finanziaria, se ne sta creando un’altra. Nonostante il rapporto tra i mercati e l’amministrazione Trump abbia fatto guadagnare alle aziende quotate a Wall Street il 34%, aggiornando i massimi storici e facendo da traino a tutte le altre Borse mondiali, non va dimenticato che il presidente americano ha sempre parlato, fin dalla sua campagna elettorale, di voler attuare politiche protezionistiche. Finora, a parte alcuni interventi su temi specifici, poco è stato fatto, e gli altri governi non hanno attuato contromisure, visto che non è prevista alcuna escalation protezionistica. 


Ma se la stretta protezionistica avvenisse, i mercati finanziari sarebbero i primi a essere coinvolti. 

Secondo gli analisti di Bank of America, il protezionismo, supportato dal populismo, potrebbe far scoppiare la “bolla delle banche centrali”. Con questo termine gli analisti si riferiscono chiaramente all’ipervalutazione del mercato obbligazionario globale a seguito dei colossali acquisti (Quantitative easing) messi in atto dalle banche centrali negli ultimi dieci anni. Una strategia, che è stata alla base della ripresa economica mondiale. È però necessario che la cura venga sospesa, gradualmente, ma inesorabilmente, anche per contrastare in modo preventivo eventuali derive protezionistiche impreviste dell’amministrazione Trump. Le banche centrali sanno che per gestire in modo soft la transizione è necessario che siano estremamente prevedibili, annullando il più possibile la volatilità dei mercati relativamente a questo tipo di operazioni. Ci sono però delle grandi incognite.

L’incognita principale legata al protezionismo è l’inflazione. L’effetto principale della globalizzazione è stato l’abbassamento dei prezzi. I dazi doganali al contrario fanno aumentare i prezzi di importazione, con la naturale conseguenza che chi vende prodotti importati è costretto ad aumentare i prezzi).

Le imprese italiane però, oltre al protezionismo americano, devono combattere anche un altro nemico: gli istituti di credito. Continua infatti a essere difficile accedere ai prestiti per le aziende, gli unici che potrebbero aiutare le aziende a prosperare e lasciarsi definitivamente alle spalle il periodo di crisi. Nel corso dell’ultimo anno, secondo quanto riporta Unimpresa, i prestiti delle banche alle imprese sono calati di quasi 45 miliardi di euro. È quindi necessario rivedere i criteri che servono per le assegnazioni dei crediti alle imprese, che al momento risultano estremamente limitanti. Con i parametri attuali, imprese meritevoli di credito rischiano di non ricevere i finanziamenti per via di problemi nei bilanci che proprio i finanziamenti, opportunamente investiti, consentirebbero di risolvere.

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